ABOUT LIFE

Faces are elusive, there’s just a hint of the outlines, hands cover the sight, without any clothes or supestructure, eyes are erased. Men and women are absorbed into nature and struggling with it at the same time, they have no identity. They are looking for it, as it’s photography itself which, narrating its own vision through these faceless faces, is fighting to find its own. In a tender, yet devastating embrace with the universe, seasons of life succeed to each other: an endless cycle without time, schedules, there isn’t any serene sunrise or languid sunset to stop this vortex.
A stalk of grain swings in the wind, without knowing why: birth, suffering, love and meaningless passion, the woman, disarmed, thrown in that grain, which is overpowering, but forces one to resist at the same time. Without knowing why. Some sort of visual silence pervades this images: the man sees but doesn’t say a word, then the weight becomes unbearable, it sinks between the eyelids, so he pretends he doesn’t see at all. The branches are lashing the faces, the fields are devouring the bodies, the stones are stripping the flesh, the sea is swallowing any pleasure. But at every slap in the face one feels, eventually, that life never stops getting back to its feet and starting again.

I volti sono sfuggenti, i profili appena accennati, le mani coprono lo sguardo, nessun abito o sovrastruttura, cancellati gli occhi.
L’uomo, la danno, immersi nella natura ma in lotta con essa, non hanno identità. Loro la cercano l’identità, perchè è la fotografa stessa che, raccontando la sua visione del mondo attraverso quei volti senza volto, combatte per trovare la sua. In un abbraccio tenero e devastante con l’universo si susseguono le stagioni della vita: un ciclo infinto senza tempo, senza orari, non c’è la serenità di un alba o il languore di un tramonto a fermare il vortice. Un filo di grano oscilla nel vento senza sapere il perché: la nascita, la sofferenza, l’amore e la passione insensate, la donna, disarmata, buttata in quel grano che ti sopraffà ma ti obbliga a resistere. Senza sapere perché. Una sorta di omertà visiva pervade le immagini: l’uomo vede ma non proferisce parola, poi il peso diventa insostenibile, affonda tra le palpebre, allora finge di non vedere affatto. I rami sferzano il viso, i campi divorano i corpi, le pietre scarnificano, il mare inghiotte ogni voluttà. Ma ad ogni schiaffo, infondo, si sente che la vita non smette mai di rialzarsi e ricominciare.